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Sono
opere che illustrano i principali movimenti dell’arte
statunitense a partire dal secondo dopoguerra, transitando
dall’Espressionismo astratto alla Pop Art, dal Minimalismo
al Post-minimalismo, dall’Arte concettuale al Fotorealismo,
prendendo in esame un periodo segnato da sfide radicali alla
tradizione consolidata. È una spettacolare selezione di
dipinti, sculture, fotografie e installazioni che arrivano
dalla rete museale globale del Guggenheim, particolarmente
da New York, Venezia e Bilbao.
L’esposizione prende le mosse dagli anni immediatamente
successivi al secondo conflitto mondiale, quando l’ascesa
dell’Espressionismo astratto iniziò ad attirare l’attenzione
internazionale su una cerchia di artisti attivi a New York
che iniziarono ad affermarsi come centro dell’arte
moderna.
La mostra è molto bella dal punto di vista organizzativo e
tematicamente ben aggregata. Forse con qualche opera
significativamente più conosciuta lo spessore sarebbe stato
diverso e più riconducibile alla storia artistica di quegli
anni. È pur vero che lavori “minori” di grandi artisti
servono soprattutto ad ampliare la loro produzione e
conoscenza fuori dalle icone con le quali ci vengono
sempre presentati.
Nelle prime due sale è illustrata la varietà di approcci con
cui le firme alle pareti si sono misurate con l’astrazione
nel decennio che segue la seconda guerra mondiale. La denominazione “Espressionismo astratto”
comprende un ventaglio di correnti culturali nell’America di
quel periodo che nel loro insieme fecero di New York la
capitale dell’avanguardia. Molti degli artisti presenti in
rassegna allestirono la loro prima mostra presso “Art of This Century”, l’influente galleria-museo fondata a New York
da Peggy, nipote di Solomon Guggenheim che contribuì ad
alimentare il dialogo tra gli artisti dell’avanguardia
europea fuggiti in America durante la guerra, e una
generazione più giovane di pittori americani tra cui William Baziotes, Arshile Gorky, Robert Motherwell, Jackson Pollock
e Mark Rothko, gruppo diventato collettivamente noto col
nome di “Scuola newyorkese”.
La terza sala espone le nuove tendenze della pittura
astratta emerse alla fine degli anni Cinquanta denominate
“Hard Edge”. In quel periodo artisti come Frank Stella o
Kenneth Noland abbandonano l’impulso impressionista della
scuola di New York e si orientano verso l’esplorazione dei
valori fondamentali della pittura (linea, campitura, colore,
forma), prediligendo precisione geometrica e assenza di
sfumature cromatiche rispetto ai gesti spontanei e vigorosi
di artisti come Pollock o de Kooning.
La sala successiva è interamente dedicata al movimentio
della Pop Art, con cui nel corso degli anni Sessanta molti
artisti reagirono ai miti della società dei consumi
inglobando nel loro lavoro immagini della cultura di massa e
sperimentando nuove tecniche di produzione espressiva ad
imitazione o parodia dei metodi industriali, prendendo le
mosse dall’estetica delle riviste e dei manifesti, della
pubblicità, del cinema, della televisione, del fumetto.
Artisti quali Roy Lichtenstein e Andy Warhol rifiutarono
l’estetica spontanea della scuola newyorkese per creare opere
ispirate alla logica impersonale della stampa commerciale e
della produzione in serie, e leggibili come celebrazione
sfrontata, e al tempo stesso come critica sferzante, della
cultura popolare.
Minimalismo, Post-minimalismo e Arte concettuale, correnti
sviluppatesi a partire dagli anni Sessanta, sono il tema
della quinta e sesta sezione della mostra. Tra i primissimi
collezionisti che si appassionarono alle opere di questi
artisti (Robert Mangold, Robert Ryman, Dan Flavin, Donald Judd) emerge la figura del conte Giuseppe Panza di Biumo
che concentrò nella residenza di famiglia a Varese una delle
più importanti raccolte d’arte a livello mondiale di pittura
e scultura di quel periodo. In mostra è presente
un’importante selezione delle 389 opere della collezione
Panza, entrate al Guggenheim nel 1991 -1992.
Inoltre, tra le molte eredità della Pop Art va annoverata la
pittura fotorealista di cui il Guggenheim fin da subito
promosse l’acquisizione e alla quale è dedicata l’ultima
sezione della mostra. Gli artisti che fanno capo a questa
corrente, tra cui Robert Bechtle, Tom Blackwell e Richard
Estes, ricorrono di norma alla fotografia per documentare le
informazioni trasposte su tele di grandi dimensioni,
traducendo immagini meccanicamente riproducibili in pitture
ad olio realizzate a mano con una precisione estrema.
Nel proseguire un’idea di stretta verosimiglianza presentata
con distacco emotivo e nel ricorrere a iconografie legate
agli aspetti della vita quotidiana americana, il
Fotorealismo manifesta molti debiti con la cultura della
Pop Art. A differenza di quest’ultima, esso non trasmette
messaggi ironici o dissacranti, perseguendo al contrario
un’obiettività paragonabile alla neutralità meccanica della
ripresa fotografica.
Il compendioso catalogo Skira per quanti “curiosano” con
interesse entro questo periodo diviene strumento prezioso
per iconografia e note sinottiche per una rassegna
certamente da non perdere.
Guerrino Mattei
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