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La malattia il più delle volte si presenta asintomatica e
non dà nessun disturbo immediato, se non una continua dispnea a cui il paziente però è già abituato. Il cuore
batte e fibrilla, spesso anche con extrasistole che
presentano seri inconvenienti sulla regolarità del ritmo e
impedisce a colui che ne soffre una vita pressoché normale.
Il vero pericolo è che si potrebbero formare dei trombi
e rendere a rischio, una volta in circolo, la motorietà
dell’individuo con paralisi e trombosi che nella maggior
parte dei casi ne determinano il decesso.
Finora, per parlare in termini comprensibili, l’unica cura
è quella del così detto “cordarone” e della decoagulazione
preventiva che riduce i rischi cardiovascolari.
Sia il cordarone che l’assunzione di coumadin o sintrom a
lungo andare penalizzano alcuni organi: il primo i reni; il
secondo l'occhio, la tiroide e i polmoni.
Farmaci necessari ed insostituibili che nel caso del
cordarone possono arrestare la fibrillazione e in quello dei
decoaugulanti portare la densità del sangue da 2 a 3 per
evitare la formazione di trombi. La maggior parte dei
soggetti cardiopatici si cura con la cardioaspirina che è
un antiaggregante ed agisce, seppure in modo diverso, su
questi disturbi cardiaci.
Il congresso, che ha veduto la partecipazione di cardiologi
ospedalieri e di infermieri provenienti da 890 strutture
cardiologiche e da 416 Unità Terapia Intensiva Coronarica,
ha dedicato una specifica sessione al progetto che ha
coinvolto 360 Centri di ricerca ANMCO e FADOI
(rispettivamente 164 Cardiologie e 196 Medicine Interne),
arruolando ben 7.148 persone colpite da Fibrillazione
Atriale.
Attraverso il gra numero dei pazienti osservati è stato
possibile rilevare alcune importanti differenze tra i
soggetti gestiti da reparti di Cardiologia o di Medicina
Interna: diversità demografiche e cliniche che hanno
delineato differenti profili di paziente, individuando
diversi approcci terapeutici utilizzati presso le due
tipologie di reparto.
Nello specifico, il 71,3% dei pazienti ricoverati presso la
Medicina Interna presentava più di 75 anni, contro il 44,6%
della Cardiologia; la presenza contemporanea nello stesso
individuo di più patologie (coefficiente di comorbilità) è
stata registrata nel 71,8% delle persone trattate dagli
internisti e nel 49,7% di quelle prese in carico dai
cardiologi.
Per quanto riguarda il rischio tromboembolico e il
trattamento antitrombotico prescritto, sono state
evidenziate delle differenze significative tra le due
tipologie di reparti di degenza. L’impiego
dell’anticoagulante orale è stato valutato in relazione al
punteggio CHADS2 che identifica il rischio tromboembolico del
paziente. Il 53,1% dei pazienti delle Cardiologie aveva un
punteggio CHADS2 ≥ 2 (medio alto) contro il 75,3% dei
pazienti delle Medicine Interne e il trattamento con
anticoagulante era prescritto nel 64% dei casi per le
Cardiologie rispetto al 46% dei pazienti delle Medicine
Interne.
Lo studio ha evidenziato un sotto-utilizzo della terapia
anticoagulante in circa un quarto dei pazienti a medio e
alto rischio di ictus.
Inoltre, la somministrazione di
tali farmaci non appare guidata dal livello di rischio dei
pazienti e l’andamento della prescrizione non cambia
utilizzando il nuovo score adottato nelle nuove linee guida
europee di cardiologia CHA2DS2-VASc.
Anche per quanto riguarda il controllo del ritmo rispetto al
controllo della frequenza, sono state evidenziate delle
importanti differenze di approccio fra Cardiologia e
Medicina Interna. Il controllo della frequenza cardiaca è
stata la scelta preferita dal 43,6% dei cardiologi rispetto
al 60,5% degli internisti.
Da questi risultati sono stati elaborati tre distinti
abstracts, volti ad approfondire gli aspetti che determinano
la scelta di una specifica cura e le differenze che
caratterizzano i vari approcci terapeutici. Tali risultati
saranno presentati ai prossimi congressi dell’Heart Failure
di Göteborg (21-24 maggio) e dell’Europace di Madrid (26-29
giugno 2011).
I risultati dello studio ATA-AF consentiranno di disporre,
per la prima volta in Italia, di un preciso e puntuale quadro
clinico aggiornato e affidabile relativo alle terapie che la
classe medica italiana sceglie per pazienti affetti da
fibrillazione atriale.
La fibrillazione atriale (FA) è il più comune disturbo del
ritmo cardiaco: colpisce circa una persona su quattro dopo i
40 anni e l’1% della popolazione totale, ma fino al 10%
degli individui dopo gli 80 anni. I soggetti con FA
presentano un aumento del rischio di trombi, il quale a sua
volta innalza di cinque volte il rischio di ictus. Nel mondo
ogni anno fino a tre milioni di persone vengono colpite da
un ictus collegato alla FA, spesso si tratta di ictus gravi
ed invalidanti e la metà dei pazienti perde la vita entro un
anno. Gli ictus dovuti alla FA tendono ad essere
gravi, con un’aumentata probabilità di morte (20%) e
invalidità (60%).
Il gruppo Boehringer Ingelheim è una delle prime 20 aziende
farmaceutiche del mondo che da anni si interessa a questa
patologia così diffusa. Il gruppo ha sede a Ingelheim,
Germania, e opera a livello globale con 145 affiliate e più
di 42.000 dipendenti. Sin dalla sua fondazione nel 1885,
l’azienda, a proprietà familiare, si dedica a ricerca,
sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti
innovativi dall’elevato valore terapeutico nel campo della
medicina e della veterinaria.
Come elemento centrale della propria cultura, Boehringer
Ingelheim si impegna ad agire in modo socialmente
responsabile. Coinvolgimento in progetti sociali, attenzione
ai propri collaboratori e alle loro famiglie, pari
opportunità per coloro che lavorano nell’azienda
costituiscono le fondamenta della propria attività.
La collaborazione ed il rispetto reciproci, così come la
tutela e la sostenibilità ambientale sono elementi
intrinseci al modo di agire del Gruppo.
Nel 2010, Boehringer Ingelheim ha registrato un fatturato
netto di circa 12,6 miliardi di euro, investendo quasi il
24% del fatturato netto della sua maggiore divisione
“Farmaci da Prescrizione” in ricerca e sviluppo.
Un primo passo è stato fatto nella messa a punto della
pillola intelligente che dovrebbe regolare l’INR (densità
del sangue) senza bisogno di andare in continuazione, quasi
settimanalmente, nei centri TAO per analisi e controlli. La
sua commercializzazione in Europa si annuncia imminente,
mentre in America ha dato da tempo ottimi risultati in
quanto ad efficacia e tollerabilità.
Guerrino
Mattei
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