Diretto da            

Guerrino Mattei  

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE -  42° CONGRESSO  CARDIOLOGICO

 

 

 Risultati sullo studio  della Fibrillazione Atriale

Relazione dell’ANMCO sugli approcci terapeutici per la cura della patologia

 

Tracciato fibrillazione

Da Firenze, città d’arte che ha dato all’Italia e al mondo i migliori geni rinascimentali, per gli ammalati di Fibrillazione Atriale ci si attende una risposta  a quei tanti fastidi seri a cui deve sottostare la persona che ne soffre.

Il 13 maggio scorso, nell’ambito del 42° Congresso Nazionale di Cardiologia dell'Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO), sono stati presentati i primi risultati dello studio ATA-AF, Anti Thrombotic Agents in Atrial Fibrillation, un’iniziativa promossa dall’ANMCO, dalla Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI) e dalla Fondazione “per il Tuo cuore” HCF Onlus con lo scopo di descrivere la pratica clinica routinaria in Italia nella gestione dei pazienti con fibrillazione atriale in un campione rappresentativo di Cardiologie e Medicine Interne.

 

 

La malattia il più delle volte si presenta asintomatica e non dà nessun disturbo immediato, se non una continua dispnea a cui  il paziente però è già abituato. Il cuore batte e fibrilla, spesso anche con extrasistole che  presentano seri inconvenienti sulla regolarità del ritmo e impedisce a colui che ne soffre una vita pressoché normale.

Il vero pericolo è che si potrebbero formare dei trombi  e rendere a rischio, una volta in circolo,  la motorietà dell’individuo con paralisi e trombosi che nella maggior parte dei casi ne determinano il decesso.

Finora, per parlare in termini comprensibili, l’unica cura è quella del così detto “cordarone” e della decoagulazione preventiva che riduce i rischi cardiovascolari.

Sia il cordarone che  l’assunzione di coumadin o sintrom a lungo andare penalizzano alcuni organi: il primo i reni; il secondo l'occhio, la tiroide e i polmoni.

Farmaci necessari ed insostituibili che nel caso del cordarone possono arrestare la fibrillazione e in quello dei decoaugulanti portare la densità del sangue da 2 a 3 per evitare la formazione di trombi. La maggior parte dei soggetti cardiopatici si cura con la cardioaspirina che è un antiaggregante ed agisce, seppure in modo diverso, su questi disturbi cardiaci.

Il congresso, che ha veduto la partecipazione di cardiologi ospedalieri e di infermieri provenienti da 890 strutture cardiologiche e da 416 Unità Terapia Intensiva Coronarica, ha dedicato una specifica sessione al progetto che ha coinvolto 360 Centri di ricerca ANMCO e FADOI (rispettivamente 164 Cardiologie e 196 Medicine Interne), arruolando ben 7.148 persone colpite da Fibrillazione Atriale.

Attraverso il gra numero dei pazienti osservati è stato possibile rilevare alcune importanti differenze tra i soggetti gestiti da reparti di Cardiologia o di Medicina Interna: diversità demografiche e cliniche che hanno delineato differenti profili di paziente, individuando diversi approcci terapeutici utilizzati presso le due tipologie di reparto.

Nello specifico, il 71,3% dei pazienti ricoverati presso la Medicina Interna presentava più di 75 anni, contro il 44,6% della Cardiologia; la presenza contemporanea nello stesso individuo di più patologie (coefficiente di comorbilità) è stata registrata nel 71,8% delle persone trattate dagli internisti e nel 49,7% di quelle prese in carico dai cardiologi.

Per quanto riguarda il rischio tromboembolico e il trattamento antitrombotico prescritto, sono state evidenziate delle differenze significative tra le due tipologie di reparti di degenza.  L’impiego dell’anticoagulante orale è stato valutato in relazione al punteggio CHADS2 che identifica il rischio tromboembolico del paziente.  Il 53,1% dei pazienti delle Cardiologie aveva un punteggio CHADS2 ≥ 2 (medio alto) contro il 75,3% dei pazienti delle Medicine Interne e il trattamento con anticoagulante era prescritto nel 64% dei casi per le Cardiologie rispetto al 46% dei pazienti delle Medicine Interne. 

Lo studio ha evidenziato un sotto-utilizzo della terapia anticoagulante in circa un quarto dei pazienti a medio e alto rischio di ictus. Inoltre, la somministrazione di tali farmaci non appare guidata dal livello di rischio dei pazienti e l’andamento della prescrizione non cambia utilizzando il nuovo score adottato nelle nuove linee guida europee di cardiologia CHA2DS2-VASc.

Anche per quanto riguarda il controllo del ritmo rispetto al controllo della frequenza, sono state evidenziate delle importanti differenze di approccio fra Cardiologia e Medicina Interna. Il controllo della frequenza cardiaca è stata la scelta preferita dal 43,6% dei cardiologi rispetto al 60,5% degli internisti.

Da questi risultati sono stati elaborati tre distinti abstracts, volti ad approfondire gli aspetti che determinano la scelta di una specifica cura e le differenze che caratterizzano i vari approcci terapeutici. Tali risultati saranno presentati ai prossimi congressi dell’Heart Failure di Göteborg (21-24 maggio) e dell’Europace di Madrid (26-29 giugno 2011).

I risultati dello studio ATA-AF consentiranno di disporre, per la prima volta in Italia, di un preciso e puntuale quadro clinico aggiornato e affidabile relativo alle terapie che la classe medica italiana sceglie per pazienti affetti da fibrillazione atriale.

La fibrillazione atriale (FA) è il più comune disturbo del ritmo cardiaco: colpisce circa una persona su quattro dopo i 40 anni e l’1% della popolazione totale, ma fino al 10% degli individui dopo gli 80 anni. I soggetti con FA presentano un aumento del rischio di trombi, il quale a sua volta innalza di cinque volte il rischio di ictus. Nel mondo ogni anno fino a tre milioni di persone vengono colpite da un ictus collegato alla FA, spesso si tratta di ictus gravi ed invalidanti e la metà dei pazienti perde la vita entro un anno. Gli ictus dovuti alla FA tendono ad essere gravi, con un’aumentata probabilità di morte (20%) e invalidità (60%).

Il gruppo Boehringer Ingelheim è una delle prime 20 aziende farmaceutiche del mondo che da anni si interessa a questa patologia  così diffusa. Il gruppo ha sede a Ingelheim, Germania, e opera a livello globale con 145 affiliate e più di 42.000 dipendenti. Sin dalla sua fondazione nel 1885, l’azienda, a proprietà familiare, si dedica a ricerca, sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti innovativi dall’elevato valore terapeutico nel campo della medicina e della veterinaria.

Come elemento centrale della propria cultura, Boehringer Ingelheim si impegna ad agire in modo socialmente responsabile. Coinvolgimento in progetti sociali, attenzione ai propri collaboratori e alle loro famiglie, pari opportunità per coloro che lavorano nell’azienda costituiscono le fondamenta della propria attività.

La collaborazione ed il rispetto reciproci, così come la  tutela e la sostenibilità ambientale sono elementi intrinseci al modo di  agire del Gruppo.

Nel 2010, Boehringer Ingelheim ha registrato un fatturato netto di circa 12,6 miliardi di euro, investendo quasi il 24% del fatturato netto della sua maggiore divisione “Farmaci da Prescrizione” in ricerca e sviluppo.

Un primo passo  è stato fatto nella messa a punto della pillola intelligente che dovrebbe regolare l’INR (densità del sangue) senza bisogno di andare in continuazione, quasi settimanalmente, nei centri TAO per analisi e controlli. La sua commercializzazione in Europa si annuncia imminente, mentre in America  ha dato da tempo  ottimi risultati in quanto ad efficacia e tollerabilità.

Guerrino Mattei