«[…] accade
oggi, in un ‘ora qualsiasi, senza auspici.
Un giorno arido, dissacrato, in cui il mondo
più che mai pareva raggelarsi dentro e
fuori di me».
Gli
indizi sembrerebbero concordare tutti con il
fraseggio iniziale d’un buon romanzo di
tutto rispetto, eppure siffatto periodo, in
barba a considerazioni essenzialmente banali e scontate, vuole essere in realtà
proprio la conclusione dell’ultima opera
di Giuseppe Cassieri, “Homo Felix”,
pubblicato dalla casa editrice farfalle
Marsilio ed acquistabile al prezzo di 13,00
euro. Un’ opera in cui, a detta dello
stesso scrittore, la lettura diventa
qualcosa di più che un semplice piacere
ludico: leggendo, lottando con il libro, il
destinatario dell’opera non può non
scoprire forsterianamente, che tale
creazione è “pregna d’umanità” e che
pertanto una sua lettura contribuisce a
rendere l’uomo più umano, in una società
in cui impera indiscussa l’ebbrezza
elettronica.
Del resto, anche ad una semplice lettura del testo, in
cui la parola scivola veloce e l’intreccio
è fluido, ciò che appare chiaramente è il
senso di smarrimento prodotto in chi ha
fortemente vissuto in maniera drastica e
totale il frettoloso sbalzo generazionale
degli appena ultimi cinquant’anni.
Inevitabile è pertanto sostenere che
l’effetto più immediato di
questa forzata contrapposizione tra
un mondo non troppo lontano eppure già
considerato arcaico, e l’attuale mondo
ubriaco e tuttavia non ancora stufo di
bacchica modernità, sia senza alcuna ombra
di dubbio un autentico e problematico
incontro – scontro tra due realtà ormai
troppo distanti ed inconciliabili. Eppure
l’una ha generato l’altra! «[…] la
natura è stufa di inventarsi alibi per
compiacerci. Possiamo al massimo tollerarla
in una spa, in una holding, come socia di
minoranza […]. Quale natura hai in mente,
Papaleo? […] Tu e io, che pure
apparteniamo alla medesima galassia,
distantissimi ma sempre nella medesima
galassia, abbiamo veramente qualcosa da
condividere? […] non è più di alcun
vantaggio rimanere umani o evolversi come
specie. Nessun vantaggio. L’evoluzione
termina quando la tecnologia passa sotto
l’arco di trionfo…Ti accorgi almeno che
sta passando? Ti accorgi che ci resta sì e
no qualche pezza al culo del vecchio mondo?
[…]». Viene così a prodursi una
sorta di deformazione del cerchio umano,
che, denunciando quest’irrisolvivbile
dicotomia, determina un inevitabile senso di
malessere – il “mal du pays”, com’è
scritto in alcune pagine del libro -, fin
troppo evidente nel senso di nostalgia, da
intendersi come sentimento di lontananza e
desiderio del ritorno al “nostos”. E
tuttavia qui non c’è niente di romantico,
ma solo la sommessa e triste considerazione
di un caso clinicamente patologico, passato
attraverso il filtro di un sottile processo
ironico, che non è affatto programmatico,
bensì meramente doloroso.
Questa consapevolezza di trovarsi in una condizione di
perenne insofferenza, unitamente al
desiderio di riaggrapparsi ad una realtà
ormai sopita, potrebbe essere il filo
conduttore di quasi tutta la narrazione,
animata dai pensieri e dalle azioni dei
singoli personaggi, in un rapporto
dicotomico di collusione – collisione con
il mondo in cui è dato loro vivere.
Personaggi che, pur essendo diversi fra
loro, sono in realtà accomunati da questo
patologico senso di nostalgia e dalla
sottile arma dell’ironia, che sembra
stemperare perfino le situazioni di maggiore
drammaticità.
Tre sono le principali invenzioni al maschile, che
permettono a Cassieri di portare avanti la
sua narrazione, ed a queste si affianca
quella tutt’al femminile della giovane
compagna dell’io narrante.
Primo fra tutti, anche in ordine di presentazione,
Samuele Castriota è colui che attraverso la
sua parola tiene in mano le redini del
racconto. Miracolosamente salvatosi da una
sciagura determinata da un incidente
autostradale – un Tir che precipita su una
baia tirrenica -, che quasi fatalmente viene
a coincidere con il giorno e l’ora di
massima eclissi dell’11 agosto del 1999,
l’io narrante si vedrà costretto a
riorganizzare la propria vita e ad accettare
lavori di fortuna, principalmente per far
fronte al sostentamento ed alle spese
ospedaliere derivanti dalla precaria salute
di Petra, la sua compagna dalmata,
anch’essa vittima della fatidica
catastrofe ed ora in bilico tra la vita e la
morte. Samuele accetterà pertanto
l’incarico offertogli dal suo compagno di
liceo, il conterraneo abruzzese Felice
Gaudioso, senza per questo abbandonare il
sogno di progettazione di un cortometraggio,
che infine dovrebbe portargli la tanto
agognata fama, mestamente svanita insieme
alla tranquillità della sua vita, dopo
l’infausta svolta di quell’11 agosto.
E tuttavia il personaggio che più di ogni altro si fa
portatore delle problematiche affrontate nel
libro è quello di Felice Pasquale Gaudioso,
già nel nome portatore antifrastico di una
condizione desiderata e mai afferrata: una
felicità angustiata dal suo essere analista
finanziario nel cuore della City londinese,
la gioia di una pasquale resurrezione
promessa e tuttavia subito smentita nelle
ultime pagine del romanzo, infine un gaudio
sempre stemperato da una vita votata al più
doloroso sarcasmo. La sua ironia, oltre che
pungente, si fa perfino lungimirante,
quando, parlando d’amore, predice le
condizioni di un mondo in cui non ci sarà
più spazio per tutti: «[…] il letto a
due piazze, simbolo dell’epica coniugale,
sarà deriso domani come noi deridiamo la
cintura di castità. Per ragioni opposte, si
capisce. La cintura limitava la crescita, il
letto matrimoniale evviva! evviva! la
incrementa. Ma come la incrementa? Per quali
accrocchi spermatozoici? Ne indico alcuni:
per abbrivio, per postura, per effetto
termico, per un rigurgito ormonico, per
tamponare una bocca che russa, per sublimare
la molestia di un capufficio, per vincere
l’insonnia… Un ripostiglio di copule
inevase. E il divino Eros? cosa fa nel
frattempo Eros? Una pippa! […]».In
ultima analisi, una inequivocabile
dimostrazione verbale di cinismo
sentimentale.
Ancora
una volta riaffiora la dicotomia cronotopica,
della quale Felice non è che una vittima.
Torna così a prevalere il senso di
patologica malinconia, la profonda
affezione per una terra natale, di cui non
si disdegna l’appartenenza, e per la
quale, anzi, si vorrebbe far qualcosa,
investendo del denaro: «[…] intendo
impiegare un bel po’ di soldi no profit…Oh,
niente scrupoli. Di soldi ne guadagno fin
troppi e non vorrei incarognire
nell’egoismo degli amici happies.
Cominciano, cominciamo a puzzare di grasso
andato a male […]».
Così,
il romanzato voler ridenominare una località
quale Schiavi d’Abruzzo, da scherzo
narrativo diventa seria proposizione di
questioni civili, nella presa di coscienza
di una dignità tutta moderna - «[…]
ogni schiavo porta nella sua mano il potere
di annullare la schiavitù […]» (Giulio
Cesare) -, che passa attraverso il
riscatto del nostos e, nell’economia del
racconto, attraverso l’incarico lavorativo
di Samuele. «[…] voglio riformare da
cima a fondo il paese nativo. Voglio che la
gente si accorga del passaggio di
un’epoca. Voglio […] fondare un istituto
telematico in modo che puberi e impuberi
imparino la regola vincente: non importa
dove stai di casa, dove dormi fotti mangi e
crepi, ma gli strumenti che adoperi e la
capacità di sostituirti al mondo reale…
[…]», sono le parole di Felice ed in
questa “regola vincente”, si avverte già
lo scacco, il punto di non ritorno di chi in
fondo, vittima di questo “mal du pays”,
vive la sua vita cercando di contrastare la
propria inadeguatezza, il mancato
adattamento per una trascurata scelta tra
due mondi possibili ed inconciliabili a meno
di un’inevitabile collisione: mondo locale
e mondo
globale, da cui il neologismo “glocal”,
al fine di evidenziare tale dicotomia. «[…]
(Baudrillard) la mondializzazione […] si
nutre di tecniche, di mercato e turismo.
L’universalità è costituita di cultura,
di inventiva, di pensiero libero. L’una
sembra irreversibile, l’altra in via di
estinzione […]».
Del resto, vittima di questa stessa mondializzazione,
è il povero Picuzzo, personaggio forse
apparentemente marginale nel racconto, ma al
contempo esemplare di tutt’un iter etico,
che permea di sé l’intera narrazione.
Compagno – amico comune sia a Samuele che
a Felice fin dai tempi del liceo, Picuzzo,
affermato ed acculturato scrittore, sarà
vittima sacrificale della sua stessa fama e
del personaggio da quest’ultima
attribuitogli. La sua attitudine al
citazionismo, esasperata fino al parossismo,
gli costerà in un unico istante la faccia e
l’orgoglio, recuperabili, forse solo
parzialmente, attraverso l’ultimo
disperato atto suicida, in fondo ancora una
volta disperatamente tragicomico nella sua
palese ironia: «[…] il biglietto
diceva in saltellante corsivo: “Zia
immacolata, non sforzarti di comprendere.
Smentisco tutto. Smentisco me stesso. Non
parole. Un gesto…e tre punti
esclamativi” i suoi amati esclamativi,
seguiti da un triplice “no no no!”.
[…] Quel “no no no!” è un urlo
comparabile all’urlo di Edvard Munch;
l’urlo di chi vorrebbe salvarsi, e non può,
da un tiro diabolico. […] Il “no no
no!” troncava sul nascere quell’ultima
maledizione; esprimeva l’angoscia di chi,
in punto di morte, non riesce ad
abbandonarsi nudo, senza stracci, per quel
che era…[…]». Resta dunque
l’amarezza per questo vinto di verghiana
memoria - ed in ultima analisi lo stesso
autore si confessa maggiormente sensibile ai
vinti piuttosto che ai vincitori -, che,
indossata post litteram una pirandelliana
maschera di difesa, non riesce neppure
dinanzi alla morte a trovare la sua giusta
collocazione. E’ lo scacco finale, la
vendetta di una casualità, che per
l’ennesima volta rimanda alla
superstizione di quella fatidica eclissi
dell’11 agosto, lugubremente scandita nel
libro al ritmo del risveglio di retaggi, che
sembrano ingannevolmente sopiti.
Un’accidentalità che, seppur
sospettosamente, rimanda anche alla disfatta
finale del Gaudioso, del resto “Homo Felix”
solo nella possibilità antifrastica del
titolo attribuito al romanzo.
Quale speranza di riscatto, allora, se nel libro si
legge perfino in maniera velatamente
agnostica: «[…] Signore onnipotente,
è forse giunto il tempo di manifestarla
siffatta onnipotenza, magari a dispetto di
chi non crede. O ti accuseranno di
millantato credito […]»? Eppure non
tutto è perduto. E mentre nella storia
della sfortunata Petra, compagna dalmata
dell’io narrante, canta sommessamente una
dolce voce di speranza, che nel tenace
aggrappamento alla vita lotta contro la
morte, senza accorgersene si arriva allo
scioglimento finale del dramma, dove con
un’esplosione di luce redentrice si
squarcia il nero cielo dell’abisso, per
lasciare intravedere al lettore la
possibilità di un futuro in fondo migliore.
Petra che resuscita, Petra che esce dal
tunnel, Petra che schiude la porta della
speranza. E tutto questo: «[…] accade
oggi, in un’ora qualsiasi, senza auspici.
Un giorno arido, dissacrato, in cui il mondo
più che mai pareva raggelarsi dentro e fuori di me».
Anna
Di Giorgio
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