Diretto da Guerrino Mattei

 
ROMANZO

"Homo Felix" di Giuseppe Cassieri

Indizi che concordano con il fraseggio di un bel romanzo

Edizioni Marsilio, € 13

 

Homo Felix, G. Cassieri   «[…] accade oggi, in un ‘ora qualsiasi, senza auspici. Un giorno arido, dissacrato, in cui il mondo più che mai pareva raggelarsi dentro e fuori di me».

Gli indizi sembrerebbero concordare tutti con il fraseggio iniziale d’un buon romanzo di tutto rispetto, eppure siffatto periodo, in barba a considerazioni  essenzialmente banali e scontate, vuole essere in realtà proprio la conclusione dell’ultima opera di Giuseppe Cassieri, “Homo Felix”, pubblicato dalla casa editrice farfalle Marsilio ed acquistabile al prezzo di 13,00 euro. Un’ opera in cui, a detta dello stesso scrittore, la lettura diventa qualcosa di più che un semplice piacere ludico: leggendo, lottando con il libro, il destinatario dell’opera non può non scoprire forsterianamente, che tale creazione è “pregna d’umanità” e che pertanto una sua lettura contribuisce a rendere l’uomo più umano, in una società in cui impera indiscussa l’ebbrezza elettronica.

   Del resto, anche ad una semplice lettura del testo, in cui la parola scivola veloce e l’intreccio è fluido, ciò che appare chiaramente è il senso di smarrimento prodotto in chi ha fortemente vissuto in maniera drastica e totale il frettoloso sbalzo generazionale degli appena ultimi cinquant’anni. Inevitabile è pertanto sostenere che l’effetto più immediato di  questa forzata contrapposizione tra un mondo non troppo lontano eppure già considerato arcaico, e l’attuale mondo ubriaco e tuttavia non ancora stufo di bacchica modernità, sia senza alcuna ombra di dubbio un autentico e problematico incontro – scontro tra due realtà ormai troppo distanti ed inconciliabili. Eppure l’una ha generato l’altra! «[…] la natura è stufa di inventarsi alibi per compiacerci. Possiamo al massimo tollerarla in una spa, in una holding, come socia di minoranza […]. Quale natura hai in mente, Papaleo? […] Tu e io, che pure apparteniamo alla medesima galassia, distantissimi ma sempre nella medesima galassia, abbiamo veramente qualcosa da condividere? […] non è più di alcun vantaggio rimanere umani o evolversi come specie. Nessun vantaggio. L’evoluzione termina quando la tecnologia passa sotto l’arco di trionfo…Ti accorgi almeno che sta passando? Ti accorgi che ci resta sì e no qualche pezza al culo del vecchio mondo? […]». Viene così a prodursi una sorta di deformazione del cerchio umano, che, denunciando quest’irrisolvivbile dicotomia, determina un inevitabile senso di malessere – il “mal du pays”, com’è scritto in alcune pagine del libro -, fin troppo evidente nel senso di nostalgia, da intendersi come sentimento di lontananza e desiderio del ritorno al “nostos”. E tuttavia qui non c’è niente di romantico, ma solo la sommessa e triste considerazione di un caso clinicamente patologico, passato attraverso il filtro di un sottile processo ironico, che non è affatto programmatico, bensì meramente doloroso.

   Questa consapevolezza di trovarsi in una condizione di perenne insofferenza, unitamente al desiderio di riaggrapparsi ad una realtà ormai sopita, potrebbe essere il filo conduttore di quasi tutta la narrazione, animata dai pensieri e dalle azioni dei singoli personaggi, in un rapporto dicotomico di collusione – collisione con il mondo in cui è dato loro vivere. Personaggi che, pur essendo diversi fra loro, sono in realtà accomunati da questo patologico senso di nostalgia e dalla sottile arma dell’ironia, che sembra stemperare perfino le situazioni di maggiore drammaticità.

   Tre sono le principali invenzioni al maschile, che permettono a Cassieri di portare avanti la sua narrazione, ed a queste si affianca quella tutt’al femminile della giovane compagna dell’io narrante.

   Primo fra tutti, anche in ordine di presentazione, Samuele Castriota è colui che attraverso la sua parola tiene in mano le redini del racconto. Miracolosamente salvatosi da una sciagura determinata da un incidente autostradale – un Tir che precipita su una baia tirrenica -, che quasi fatalmente viene a coincidere con il giorno e l’ora di massima eclissi dell’11 agosto del 1999, l’io narrante si vedrà costretto a riorganizzare la propria vita e ad accettare lavori di fortuna, principalmente per far fronte al sostentamento ed alle spese ospedaliere derivanti dalla precaria salute di Petra, la sua compagna dalmata, anch’essa vittima della fatidica catastrofe ed ora in bilico tra la vita e la morte. Samuele accetterà pertanto l’incarico offertogli dal suo compagno di liceo, il conterraneo abruzzese Felice Gaudioso, senza per questo abbandonare il sogno di progettazione di un cortometraggio, che infine dovrebbe portargli la tanto agognata fama, mestamente svanita insieme alla tranquillità della sua vita, dopo l’infausta svolta di quell’11 agosto.

   E tuttavia il personaggio che più di ogni altro si fa portatore delle problematiche affrontate nel libro è quello di Felice Pasquale Gaudioso, già nel nome portatore antifrastico di una condizione desiderata e mai afferrata: una felicità angustiata dal suo essere analista finanziario nel cuore della City londinese, la gioia di una pasquale resurrezione promessa e tuttavia subito smentita nelle ultime pagine del romanzo, infine un gaudio sempre stemperato da una vita votata al più doloroso sarcasmo. La sua ironia, oltre che pungente, si fa perfino lungimirante, quando, parlando d’amore, predice le condizioni di un mondo in cui non ci sarà più spazio per tutti: «[…] il letto a due piazze, simbolo dell’epica coniugale, sarà deriso domani come noi deridiamo la cintura di castità. Per ragioni opposte, si capisce. La cintura limitava la crescita, il letto matrimoniale evviva! evviva! la incrementa. Ma come la incrementa? Per quali accrocchi spermatozoici? Ne indico alcuni: per abbrivio, per postura, per effetto termico, per un rigurgito ormonico, per tamponare una bocca che russa, per sublimare la molestia di un capufficio, per vincere l’insonnia… Un ripostiglio di copule inevase. E il divino Eros? cosa fa nel frattempo Eros? Una pippa! […]».In ultima analisi, una inequivocabile dimostrazione verbale di cinismo sentimentale.

Ancora una volta riaffiora la dicotomia cronotopica, della quale Felice non è che una vittima. Torna così a prevalere il senso di  patologica malinconia, la profonda affezione per una terra natale, di cui non si disdegna l’appartenenza, e per la quale, anzi, si vorrebbe far qualcosa, investendo del denaro: «[…] intendo impiegare un bel po’ di soldi no profit…Oh, niente scrupoli. Di soldi ne guadagno fin troppi e non vorrei incarognire nell’egoismo degli amici happies. Cominciano, cominciamo a puzzare di grasso andato a male […]».

Così, il romanzato voler ridenominare una località quale Schiavi d’Abruzzo, da scherzo narrativo diventa seria proposizione di questioni civili, nella presa di coscienza di una dignità tutta moderna - «[…] ogni schiavo porta nella sua mano il potere di annullare la schiavitù […]» (Giulio Cesare) -, che passa attraverso il riscatto del nostos e, nell’economia del racconto, attraverso l’incarico lavorativo di Samuele. «[…] voglio riformare da cima a fondo il paese nativo. Voglio che la gente si accorga del passaggio di un’epoca. Voglio […] fondare un istituto telematico in modo che puberi e impuberi imparino la regola vincente: non importa dove stai di casa, dove dormi fotti mangi e crepi, ma gli strumenti che adoperi e la capacità di sostituirti al mondo reale… […]», sono le parole di Felice ed in questa “regola vincente”, si avverte già lo scacco, il punto di non ritorno di chi in fondo, vittima di questo “mal du pays”, vive la sua vita cercando di contrastare la propria inadeguatezza, il mancato adattamento per una trascurata scelta tra due mondi possibili ed inconciliabili a meno di un’inevitabile collisione: mondo locale e  mondo globale, da cui il neologismo “glocal”, al fine di evidenziare tale dicotomia. «[…] (Baudrillard) la mondializzazione […] si nutre di tecniche, di mercato e turismo. L’universalità è costituita di cultura, di inventiva, di pensiero libero. L’una sembra irreversibile, l’altra in via di estinzione […]».

   Del resto, vittima di questa stessa mondializzazione, è il povero Picuzzo, personaggio forse apparentemente marginale nel racconto, ma al contempo esemplare di tutt’un iter etico, che permea di sé l’intera narrazione. Compagno – amico comune sia a Samuele che a Felice fin dai tempi del liceo, Picuzzo, affermato ed acculturato scrittore, sarà vittima sacrificale della sua stessa fama e del personaggio da quest’ultima attribuitogli. La sua attitudine al citazionismo, esasperata fino al parossismo, gli costerà in un unico istante la faccia e l’orgoglio, recuperabili, forse solo parzialmente, attraverso l’ultimo disperato atto suicida, in fondo ancora una volta disperatamente tragicomico nella sua palese ironia: «[…] il biglietto diceva in saltellante corsivo: “Zia immacolata, non sforzarti di comprendere. Smentisco tutto. Smentisco me stesso. Non parole. Un gesto…e tre punti esclamativi” i suoi amati esclamativi, seguiti da un triplice “no no no!”. […] Quel “no no no!” è un urlo comparabile all’urlo di Edvard Munch; l’urlo di chi vorrebbe salvarsi, e non può, da un tiro diabolico. […] Il “no no no!” troncava sul nascere quell’ultima maledizione; esprimeva l’angoscia di chi, in punto di morte, non riesce ad abbandonarsi nudo, senza stracci, per quel che era…[…]». Resta dunque l’amarezza per questo vinto di verghiana memoria - ed in ultima analisi lo stesso autore si confessa maggiormente sensibile ai vinti piuttosto che ai vincitori -, che, indossata post litteram una pirandelliana maschera di difesa, non riesce neppure dinanzi alla morte a trovare la sua giusta collocazione. E’ lo scacco finale, la vendetta di una casualità, che per l’ennesima volta rimanda alla superstizione di quella fatidica eclissi dell’11 agosto, lugubremente scandita nel libro al ritmo del risveglio di retaggi, che sembrano ingannevolmente sopiti. Un’accidentalità che, seppur sospettosamente, rimanda anche alla disfatta finale del Gaudioso, del resto “Homo Felix” solo nella possibilità antifrastica del titolo attribuito al romanzo.

   Quale speranza di riscatto, allora, se nel libro si legge perfino in maniera velatamente agnostica: «[…] Signore onnipotente, è forse giunto il tempo di manifestarla siffatta onnipotenza, magari a dispetto di chi non crede. O ti accuseranno di millantato credito […]»? Eppure non tutto è perduto. E mentre nella storia della sfortunata Petra, compagna dalmata dell’io narrante, canta sommessamente una dolce voce di speranza, che nel tenace aggrappamento alla vita lotta contro la morte, senza accorgersene si arriva allo scioglimento finale del dramma, dove con un’esplosione di luce redentrice si squarcia il nero cielo dell’abisso, per lasciare intravedere al lettore la possibilità di un futuro in fondo migliore. Petra che resuscita, Petra che esce dal tunnel, Petra che schiude la porta della speranza. E tutto questo: «[…] accade oggi, in un’ora qualsiasi, senza auspici. Un giorno arido, dissacrato, in cui il mondo più che mai pareva raggelarsi dentro  e fuori di me».

 

 

Anna Di Giorgio