
Si è aperta a Roma il 20 febbraio 2010 alle
Scuderie del Quirinale, spazio da tempo
deputato ad eventi d’arte, in collaborazione
con il Ministero per i Beni e le Attività
Culturali, la mostra “Caravaggio” ideata
da Claudio Strinati a cura di Rossella
Vodret e Francesco Buranelli.
La presenza di 24 opere “sicure” e
l’allestimento di Michele De Lucchi rendono
la rassegna meritatamente visitabile. Alcuni
quadri però, sottoposti ad illuminazione
artificiale, “duellano” con la luce
radente del maestro Merisi, mortificando in
essi visione e preziosità.
Sono passati 400 anni dalla morte avvenuta
nel 1610 a Porto S. Stefano in Toscana ed
ancora le dispute sulla genialità artistica
di questo grandissimo pittore non si sono
del tutto placate. Certo è che se Roberto
Longhi non l’avesse “riscoperto” intorno
agli anni ‘20 del secolo scorso il
Caravaggio, come si suol dire, sarebbe
ancora un pittore relegato in cantina.
Nacque nel 1571 a Milano, visse trentanove
anni e la sua carriera durò circa tre
lustri. Studiò pittura alla scuola di Simone
Petersano, un maestro illustre che a sua
volta era stato allievo di Tiziano. C’è da
ritenere che si sia trasferito a Roma nel
1592 approdando nella bottega del Cavalier
D’Arpino. Prima di avere una committenza
pubblica di vera importanza, per otto anni
lavorò solo per i privati, seppure
socialmente rilevanti.
Non fece mai affreschi. Eseguì un dipinto su
muro, “Giove, Nettuno, Plutone”, con la
tecnica dell’olio nello studio del cardinale
Francesco Maria del Monte: oggi Casino
Ludovisi.
“Caravaggio fu ammirato dai contemporanei
perché scelse in maniera evidente l’idea
della luce e della sintesi”, si legge
nell’introduzione generale della mostra. E’
famoso per i forti contrasti di luce e ombra
nei suoi quadri più drammatici e per
l’audacia delle rappresentazioni che
contengono sempre innumerevoli idee, a volte
trasgressive, a volte addirittura
rivoluzionarie. “ Idee e suggestione -
citiamo dall’introduzione - che anche lo
spettatore di oggi ricercherà, sollecitato
dalla bellezza straordinaria delle opere,
quasi che l’incontro con il Caravaggio possa
diventare un esercizio per la mente e uno
stimolo autentico alla conoscenza di noi
stessi”.
Facciamo i critici da quasi quarant’anni e
ci piace più l’analisi edificativa di
un’opera che l’enfasi o le mode che la
coinvolgono. Sul finire del secolo passato
la grande fame di “conoscenza” si è
riversata su due autori, Caravaggio e van
Gogh, che qualche assonanza in comune
l’avevano: Il primo la dissolutezza, il
secondo la pazzia. Entrambi erano
psicologicamente fuori normalità: erano dei
geni?
A differenza del bravo Vincent che non
sapeva né disegnare e neppure dipingere da
un punto di vista a ccademico
(cinque anni di esercizio non bastano per
essere un artista), Caravaggio era
un eccellente interprete della realtà che lo
circondava, con una padronanza del mestiere
senza eguali. Quello che non ci convince
come risposta alla domanda rivolta al
riguardante comune, “perché ti piace van
Gogh?” : “Perché mi emoziona”. Per il
Caravaggio, alla stessa domanda,
l’interloquito risponde:“Per la luce”.
Oltre al valore di un capolavoro, che se
religioso ha un’ esegesi costretta, allora
suggerita quasi sempre da un frate
domenicano, l’artista deve essere valutato
anche per l’impianto dell’opera, il colore,
l’equilibrio delle masse, l’alternanza dei
pieni e vuoti, il tonalismo, le fughe
prospettiche, l’aristocraticità delle forme,
l’armonia, la poetica, la narrazione, i
coinvolgimenti sociali rappresentati,
l’estetica, l’anatomia, l’iconico, l’aniconico
ed altro ancora.
Per il Caravaggio tutto questo in parte è
stato processato, tenendo presente che per
lui il marchio doc è la luce. Ma pochi
parlano dei piani americani, così definiti
oggi in fotografia, che il Merisi già usava
ancorando le composizioni ai quattro lati
della tela, quasi fossero particolari,
senza mai una fuoriuscita prospettica o
paesaggistica di fondo. I suoi dipinti
sembrano fotogrammi in sequenza, sempre in
attesa dell’ingrandimento definitivo a
tutto campo.
Ad una lettura meno superficiale balza
evidente che, proprio per la ricerca
spasmodica della luce, gli omeri dei
personaggi creano volume abnorme,
esteticamente “alterati”, per non dire
brutti: perché?
Nell’opera “Giuditta che taglia la testa ad
Oloferne” sia la mano destra di Oloferne,
aperta in modo deforme e sgraziata,
fisicamente improponibile, sia gli schizzi
di sangue prorompenti dal collo del
malcapitato, che sembrano per durezza
spaghetti verniciati di rosso, certamente
non scotti, appaiono così improponibili da
chiedersi ancora: perché? Eppure
l’anatomia, in un maestro del colore e
dell’impaginato innovativo della sua stazza,
non difettava.
Era un uomo sempre in fuga, e la fretta è
cattiva consigliera. Certo è che da un punto
di vista anatomico alcune pose effigiate
sono brutte, quasi improponibili. In
“Incoronazione di spine”, se pure fosse
realmente possibile rappresentare l’omero
destro di Cristo così, in modo antiestetico,
la luce ha scavato nell’arto per
contrapporre ombra inestetica: anche in
questo Caravaggio è un genio?
L’opera “Conversione di Saulo” dipinta tra
il 1600 e il 16001 è quanto di meglio il
maestro potesse esprimere, senza essere
ancora fuggiasco, nel rispetto dell’epoca e
dell’aria artistica che respirava: aria
barocca. E’ un dipinto ove si vede di
tutto, dinamicizzato in forma spiralica con
accenni di piani e sfondo nel taglio
centrale della tela, sul lato destro, che
apre retrostantemente tutta la composizione.
Nell’opera “Deposizione” il richiamo a
Raffaello è d’obbligo. Non sappiamo dietro
alla composizione cosa c’è o cosa voleva che
ci stesse. Fatto si è che si deve intuire il
paesaggio e la quinta nera della scena è il
diaframma che occulta il non visibile.
Seppure il dipinto con questa impostazione,
tutta decantata in diagonale che
sale dall’angolo inferiore sinistro a
quello superiore destro, è molto bello ed è
musicale come il “salicus”, grappolo di note
gregoriane.
Per quanti divinizzano Michelangelo Merisi
da Caravaggio, la mostra fino al 13 giugno
2010 è tutta da godere.
Guerrino Mattei
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