Diretto da Guerrino Mattei

 

SCUDERIE DEL QUIRINALE DI ROMA

"Caravaggio"

Un artista ancora fuggiasco

Esposte 24 opere sicure del grande maestro della luce

Dal 20 febbraio al 13 giugno 2010

 

Caravaggio, Conversione di Saulo

Si è aperta a Roma il 20 febbraio 2010 alle Scuderie del Quirinale, spazio da tempo deputato ad eventi d’arte, in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali,  la mostra “Caravaggio”  ideata da Claudio Strinati a cura di Rossella Vodret e Francesco Buranelli.

La presenza di 24 opere “sicure” e l’allestimento di Michele De Lucchi rendono la rassegna meritatamente visitabile. Alcuni quadri però, sottoposti ad illuminazione artificiale, “duellano”   con la luce radente del maestro Merisi,  mortificando in essi  visione e preziosità.

Sono passati 400 anni dalla morte avvenuta nel 1610 a Porto  S. Stefano in Toscana ed ancora le dispute sulla genialità artistica di questo  grandissimo pittore  non si sono del tutto placate. Certo è che se  Roberto Longhi non l’avesse “riscoperto”  intorno agli anni ‘20 del secolo scorso il Caravaggio, come si suol dire, sarebbe ancora  un  pittore relegato in cantina.

Nacque nel 1571 a Milano, visse trentanove anni  e la sua carriera durò circa tre lustri. Studiò pittura alla scuola di Simone Petersano, un maestro illustre che a sua volta era stato  allievo di Tiziano. C’è da ritenere che  si sia trasferito a Roma nel 1592 approdando nella bottega del Cavalier D’Arpino. Prima di avere una committenza pubblica di vera importanza,  per otto anni lavorò solo per i privati, seppure socialmente rilevanti.

Non fece mai affreschi. Eseguì un dipinto su muro, “Giove, Nettuno, Plutone”, con la tecnica dell’olio nello studio del cardinale Francesco Maria del Monte: oggi Casino Ludovisi.

“Caravaggio fu ammirato dai contemporanei  perché scelse in maniera evidente l’idea della luce e della sintesi”, si legge nell’introduzione generale della mostra. E’ famoso per i forti contrasti di luce e ombra nei suoi quadri più drammatici e per l’audacia delle rappresentazioni che contengono sempre innumerevoli idee, a volte trasgressive, a volte addirittura rivoluzionarie.  “ Idee e suggestione - citiamo  dall’introduzione - che anche lo spettatore di oggi  ricercherà, sollecitato dalla bellezza straordinaria delle opere, quasi che l’incontro con il Caravaggio possa diventare un esercizio per la mente e uno stimolo autentico alla conoscenza di noi stessi”.

Facciamo i critici da quasi quarant’anni e ci piace più l’analisi edificativa di un’opera che l’enfasi o le mode che la coinvolgono. Sul finire del secolo passato la grande fame di “conoscenza” si è riversata su due autori, Caravaggio e van Gogh, che  qualche assonanza in comune l’avevano: Il primo la dissolutezza, il secondo la  pazzia. Entrambi erano psicologicamente fuori normalità: erano dei geni?

A differenza del bravo Vincent che non sapeva né disegnare e neppure dipingere da un punto di vista aCaravaggio, Incoronazione di spine,  partic.ccademico (cinque anni di esercizio non bastano per essere un artista), Caravaggio era un eccellente interprete della realtà che lo circondava, con una padronanza del mestiere senza eguali. Quello che non ci convince come risposta  alla domanda rivolta al riguardante comune, “perché ti piace van Gogh?” : “Perché mi emoziona”. Per il Caravaggio, alla stessa domanda, l’interloquito risponde:“Per la luce”.

Oltre al valore di un capolavoro, che se religioso ha un’ esegesi costretta, allora suggerita quasi sempre da un frate domenicano, l’artista deve essere valutato anche per l’impianto dell’opera, il colore,  l’equilibrio delle masse,  l’alternanza dei pieni e  vuoti, il tonalismo,  le fughe  prospettiche, l’aristocraticità delle forme, l’armonia, la poetica, la narrazione,  i coinvolgimenti sociali rappresentati, l’estetica, l’anatomia, l’iconico, l’aniconico ed altro ancora.

Per il Caravaggio tutto questo in parte è stato processato, tenendo presente che per lui il marchio doc è la luce. Ma pochi parlano dei piani americani, così definiti oggi  in fotografia, che il Merisi già usava ancorando  le  composizioni ai quattro lati della tela, quasi fossero  particolari, senza mai una fuoriuscita prospettica o paesaggistica di fondo. I suoi dipinti sembrano fotogrammi in sequenza, sempre in attesa  dell’ingrandimento definitivo a tutto campo.

Ad una lettura meno superficiale balza  evidente che,  proprio per la ricerca spasmodica della luce, gli omeri dei personaggi  creano volume abnorme, esteticamente “alterati”, per non dire brutti: perché?

Nell’opera “Giuditta che taglia la testa ad Oloferne” sia la mano destra di Oloferne, aperta in modo deforme e sgraziata, fisicamente improponibile, sia  gli schizzi di sangue prorompenti dal collo del malcapitato, che sembrano per durezza spaghetti  verniciati di rosso, certamente non scotti, appaiono così improponibili da chiedersi ancora: perché? Eppure l’anatomia,  in un maestro del colore e dell’impaginato innovativo della sua stazza,  non difettava.

Era un uomo sempre in fuga,  e la fretta è cattiva consigliera. Certo è che da un punto di vista anatomico alcune pose effigiate sono brutte, quasi improponibili. In “Incoronazione di spine”, se pure fosse realmente possibile rappresentare l’omero destro di Cristo così, in modo antiestetico, la luce  ha  scavato nell’arto per contrapporre ombra inestetica: anche in questo Caravaggio è un genio?

L’opera “Conversione di Saulo” dipinta tra il 1600 e il 16001 è quanto di meglio il maestro potesse esprimere, senza essere ancora fuggiasco, nel rispetto dell’epoca e dell’aria artistica che  respirava: aria barocca. E’ un dipinto ove  si vede di tutto, dinamicizzato in forma spiralica con  accenni di piani e sfondo nel taglio centrale della tela, sul lato destro, che apre retrostantemente tutta la composizione.

Nell’opera “Deposizione” il richiamo a Raffaello è d’obbligo. Non sappiamo dietro alla composizione cosa c’è o cosa voleva che ci stesse. Fatto si è che si deve intuire il paesaggio e la quinta nera della scena è il diaframma che occulta il non visibile. Seppure il dipinto con questa impostazione, tutta decantata in diagonale  cheCaravaggio, Giuditta che taglia la testa ad Oloferne, partc. sale dall’angolo  inferiore sinistro  a quello superiore destro, è molto bello ed è musicale come il “salicus”, grappolo di note gregoriane.

Per quanti divinizzano Michelangelo Merisi da Caravaggio, la mostra fino al 13 giugno 2010 è tutta da godere.

Guerrino Mattei