Diretto da Guerrino Mattei

 

FONDAZIONE ROMA MUSEO DI ROMA

Edward Hopper quattrocento anni dopo Caravaggio

Opere  di tutto rispetto

"Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa"

Antologica dell’artista americano  pubblicizzata tra la gente dalla Arthemisia Group

Dal 16 febbraio al 13 giugno 2010

 

E. Hopper, Soir bleu, 1914

Per la prima volta in Italia, Milano e Roma rendono omaggio all'intera carriera di Edward Hopper, (Nyack 1882 – New York 1967), il più popolare e noto artista americano del XX secolo, con una grande rassegna antologica senza precedenti nel nostro Paese. Dopo l’accoglienza,  a dir poco trionfale, nel  Palazzo Reale di Milano, con 1600 visitatori al giorno, Edward Hopper (1882-1967) entra per la prima volta nella città dei papi con una rassegna di vaste proporzioni, inaugurata il 16 febbraio 2010 nelle sale della Fondazione Roma  Museo con  tutte le opere ospitate dalla città di Sant’Ambrogio dal  15 ottobre 2009 al 31 gennaio 2010.

Per questo evento ci sono state importanti novità per l’artista americano, durante la conferenza stampa di apertura paragonato a Michelangelo Merisi 400 anni dopo: l'arrivo di altri capolavori dai musei americani, un originale e suggestivo allestimento e una nuova edizione del catalogo.

Promossa dalla Fondazione Roma Museo, cui si deve l'impulso iniziale per la realizzazione dell'evento, grazie all'iniziativa del presidente Emmanuele Francesco Maria Emanuele, la mostra in calendario fino al 13 giugno 2010 è realizzata in collaborazione con il Comune di Milano - Cultura, il Whitney Museum of American Art di New York e la Fondation de l'Hermitage di Losanna; coprodotta e organizzata da Arthemisia Group, proseguirà alla Fondation de l'Hermitage di Losanna, dal 25 giugno al 17 ottobre 2010.

"Edward Hopper – afferma il  presidente della Fondazione - è il cantore inquieto e originale di quell'America del quotidiano, che rifugge dal glorificare la potenza economica statunitense, per preferire, al contrario, il volto della tranquillità ordinata e riservata, i silenzi delle case e della gente della middle class. Hopper può definirsi uno dei massimi poeti della solitudine, dell'isolamento, del senso di estraniamento urbano del secolo scorso”.

La storia del pittore statunitense è indissolubilmente legata al Whitney Museum of American Art che ospitò varie mostre dell'artista, dalla prima nel 1920 al Whitney Studio Club a quelle memorabili nel museo, del 1960, 1964 e 1980. Dal 1968, grazie al lascito della vedova Josephine, il Whitney ospita tutta l'eredità dell'artista: oltre 3000 opere tra dipinti, disegni e incisioni.

A cura di Carter Foster, conservatore del Whitney Museum, che ha concesso per l'occasione il nucleo più consistente di opere, la rassegna vanta tuttavia altri importanti prestiti dal Brooklyn Museum of Art di New York, dal Newark Museum of Art, dal Terra Foundation for American Art di Chicago e dal Columbus Museum of Art.

Suddivisa in sette sezioni, seguendo un ordine tematico e cronologico, l'antologica italiana ripercorre tutta la produzione di  Edward Hopper, dalla formazione accademica agli anni in cui studiava a Parigi (si recò in Europa tre volte dal 1906 al 1907, nel 1909 e nel 1910), fino al periodo "classico" e più noto degli anni '30, '40 e '50, per concludere con le immagini degli ultimi anniE. Hopper, Granai

Il percorso prende in esame tutte le tecniche predilette dall'artista: l'olio, l'acquerello e l'incisione, con particolare attenzione all'affascinante rapporto che lega i disegni preparatori ai dipinti: un aspetto fondamentale della sua produzione fino ad ora ancora poco considerato nelle rassegne a lui dedicate.
Le prime sezioni "Autoritratti", "Formazione e prime opere" e "Hopper a Parigi" illustrano le composizioni del periodo accademico e quindi le opere del periodo parigino. Mentre la sala dedicata a "La definizione dell'immagine: Hopper incisore" mette in evidenza la sua tecnica elegante e quel "senso di incredibile potenzialità dell'esperienza quotidiana" che segna l'inizio di una felice carriera.

Nella sezione titolata "L'elaborazione di Hopper: dal disegno alla tela", che celebra la straordinaria mano dell’artista, viene presentato un gruppo significativo di disegni preparatori per il celebre Morning Sun (1952) e per il precedente New York Movie (1939). Questa sezione svela quanto il "realismo hopperiano" non sia una semplice riproduzione dal vero, bensì il frutto di una sintesi di più immagini e situazioni, colte in tempi e luoghi diversi, resa spesso al meglio con un taglio cinematografico.
Le sale dedicate a "L'erotismo di Hopper" e "I concetti essenziali: il tempo, lo spazio, la memoria" illustrano al meglio la poetica dell'artista, il suo discreto realismo e soprattutto l'abilità nel rivelare la bellezza nei soggetti più comuni, divenuti delle vere e proprie icone, come testimoniano i celebri capolavori esposti: Cape Cod Sunset (1934), Second Story Sunlight (1960) e A Woman in the Sun (1961).

La mostra è arricchita da un importante apparato fotografico, biografico e storico, in cui viene ripercorsa la storia americana dagli anni '20 agli anni '60 del XX secolo: la grande crisi, il sogno dei Kennedy, il boom economico. Un'occasione dunque per capire meglio anche la nuova crisi di oggi e l'America di Barack Obama.

 “Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa”. Tutti gli accenti che celebrano il pittore sono condivisibili, tenendo però conto che l’ingegno di Hopper deve molto alla perspicacia del suo sguardo durante il periodo di formazione europeo.  Nel paesaggio urbano, scheletrico, quasi scarnificato, una certa rivisitazione del nostro Rinascimento è palesata, seppure con grande maestria e impostazione scenografica: le opere sono redatte come  proposte di sequenze cinematografiche. Il senso del colore, la percezione dello spazio e l’aristocraticità delle forme   sono pienamente annunciate.

Il pittore della solitudine? Della denuncia sociale? Della cattura della luce? Si, va tutto bene.  Certamente se  questi interrogativi lo avessero coinvolto qualche eccezione  nelle risposte il grande pittore americano l’avrebbe manifestata.

Dopo il grande successo riscontrato nel capoluogo lombardo con l'innovativa campagna promozionale organizzata e ideata da Arthemisia Group, che ha coinvolto oltre 3000 partecipanti, in accordo con la Fondazione Roma,   viene ripetuto nelle strade della capitale  lo shooting per selezionare i testimonial dei manifesti della mostra e  pubblicizzare  Edward Hopper , pittore della vita quotidiana per eccellenza, anche fuori dalle pareti museali.

Arthemisia Group, a cui spetta soprattutto il merito dell’organizzazione, ha messo in moto una campagna stampa innovativa per coinvolgere il pubblico intervistando la gente per la strada e ricavarne  giudizi, esternazioni e proposte per rendere  l’evento  “visitabile” e “discutibile”. 

Una mostra, unicaE. Hopper, autoritratto nel suo genere, che i visitatori potranno vedere e rivedere avvalendosi  del contributo didattico e formativo per un apprendimento facilitato di tutta l’opera dell’artista consultando il  catalogo Skira, strumento indispensabile saturo  di ricerca e collazione  sinottica per continuare il “percorso” anche fuori del museo, con tempi e riflessioni più lunghe.

La mostra merita e visitarla è quasi un obbligo per comparare civiltà e storia dell’arte.

Guerrino Mattei