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Per la prima volta in Italia,
Milano
e Roma
rendono omaggio all'intera carriera di
Edward Hopper, (Nyack 1882
– New York 1967), il più popolare e noto
artista americano del XX secolo, con una grande rassegna
antologica senza precedenti nel nostro Paese. Dopo
l’accoglienza, a dir poco trionfale, nel Palazzo Reale di
Milano, con 1600 visitatori al giorno, Edward Hopper (1882-1967) entra per la prima volta nella città dei papi
con una rassegna di vaste proporzioni, inaugurata il 16
febbraio 2010 nelle sale della
Fondazione Roma Museo con
tutte le opere ospitate dalla città di Sant’Ambrogio dal
15
ottobre 2009 al 31 gennaio 2010.
Per questo evento ci sono state importanti novità per
l’artista americano, durante la conferenza stampa di
apertura paragonato a Michelangelo Merisi 400 anni dopo:
l'arrivo di
altri capolavori
dai musei americani, un originale e suggestivo
allestimento
e una nuova
edizione del catalogo.
Promossa dalla
Fondazione Roma Museo,
cui si deve l'impulso iniziale per la realizzazione
dell'evento, grazie all'iniziativa del presidente
Emmanuele Francesco Maria
Emanuele, la mostra in calendario fino al 13
giugno 2010 è realizzata in collaborazione con il
Comune di Milano - Cultura,
il Whitney Museum
of American Art di New York e la
Fondation de l'Hermitage di
Losanna; coprodotta e organizzata da
Arthemisia Group,
proseguirà alla Fondation de l'Hermitage di Losanna, dal 25
giugno al 17 ottobre 2010.
"Edward
Hopper – afferma il presidente della
Fondazione
- è il cantore inquieto
e originale di quell'America del quotidiano, che rifugge dal
glorificare la potenza economica statunitense, per
preferire, al contrario, il volto della tranquillità
ordinata e riservata, i silenzi delle case e della gente
della middle class. Hopper può definirsi uno dei massimi
poeti della solitudine, dell'isolamento, del senso di
estraniamento urbano del secolo scorso”.
La storia del pittore statunitense
è indissolubilmente legata al
Whitney Museum
of American Art
che ospitò varie mostre dell'artista, dalla prima nel 1920
al Whitney Studio Club a quelle memorabili nel museo, del
1960, 1964 e 1980. Dal 1968, grazie al lascito della vedova
Josephine, il Whitney ospita tutta l'eredità dell'artista:
oltre 3000 opere tra dipinti, disegni e incisioni.
A cura di
Carter Foster,
conservatore del
Whitney Museum, che ha concesso per
l'occasione il nucleo più consistente di opere, la rassegna
vanta tuttavia altri importanti prestiti dal
Brooklyn Museum of Art
di New York, dal
Newark Museum of Art, dal
Terra Foundation for
American Art di Chicago e dal
Columbus Museum of Art.
Suddivisa in
sette sezioni,
seguendo un ordine tematico e cronologico, l'antologica
italiana ripercorre tutta la produzione di Edward Hopper,
dalla formazione accademica agli anni in cui studiava a
Parigi (si recò in Europa tre volte dal 1906 al 1907, nel
1909 e nel 1910), fino al periodo "classico" e più noto
degli anni '30, '40 e '50, per concludere con le immagini
degli ultimi anni
Il percorso prende in esame tutte
le tecniche predilette dall'artista: l'olio, l'acquerello e
l'incisione, con particolare attenzione all'affascinante
rapporto che lega i disegni preparatori ai dipinti: un
aspetto fondamentale della sua produzione fino ad ora ancora
poco considerato nelle rassegne a lui dedicate.
Le prime sezioni "Autoritratti",
"Formazione e prime opere" e
"Hopper a Parigi"
illustrano le composizioni del periodo accademico e quindi
le opere del periodo parigino. Mentre la sala dedicata a
"La definizione
dell'immagine: Hopper incisore" mette in
evidenza la sua tecnica elegante e quel "senso di
incredibile potenzialità dell'esperienza quotidiana" che
segna l'inizio di una felice carriera.
Nella sezione titolata
"L'elaborazione di Hopper: dal disegno alla tela", che
celebra la straordinaria mano dell’artista, viene presentato
un gruppo significativo di disegni preparatori per il
celebre Morning Sun (1952) e per il precedente
New York Movie
(1939). Questa sezione svela quanto il "realismo hopperiano"
non sia una semplice riproduzione dal vero, bensì il frutto
di una sintesi di più immagini e situazioni, colte in tempi
e luoghi diversi, resa spesso al meglio con un taglio
cinematografico.
Le sale dedicate a
"L'erotismo di Hopper" e
"I concetti essenziali: il
tempo, lo spazio, la memoria" illustrano al
meglio la poetica dell'artista, il suo discreto realismo e
soprattutto l'abilità nel rivelare la bellezza nei soggetti
più comuni, divenuti delle vere e proprie icone, come
testimoniano i celebri capolavori esposti:
Cape Cod Sunset
(1934), Second Story
Sunlight (1960) e
A Woman in the Sun
(1961).
La mostra è arricchita da un
importante apparato fotografico, biografico e storico, in
cui viene ripercorsa la storia americana dagli anni '20 agli
anni '60 del XX secolo: la grande crisi, il sogno dei
Kennedy, il boom economico. Un'occasione dunque per capire
meglio anche la nuova crisi di oggi e l'America di Barack
Obama.
“Quello che vorrei dipingere è la
luce del sole sulla parete di una casa”. Tutti gli accenti
che celebrano il pittore sono condivisibili, tenendo però
conto che l’ingegno di Hopper deve molto alla perspicacia
del suo sguardo durante il periodo di formazione europeo.
Nel paesaggio urbano, scheletrico, quasi scarnificato, una
certa rivisitazione del nostro Rinascimento è palesata,
seppure con grande maestria e impostazione scenografica: le
opere sono redatte come proposte di sequenze
cinematografiche. Il senso del colore, la percezione dello
spazio e l’aristocraticità delle forme sono pienamente
annunciate.
Il pittore della solitudine? Della
denuncia sociale? Della cattura della luce? Si, va tutto
bene. Certamente se questi interrogativi lo avessero
coinvolto qualche eccezione nelle risposte il grande
pittore americano l’avrebbe manifestata.
Dopo il grande successo
riscontrato nel capoluogo lombardo con l'innovativa campagna
promozionale organizzata e ideata da
Arthemisia Group,
che ha coinvolto
oltre 3000 partecipanti, in accordo con la
Fondazione Roma,
viene ripetuto nelle strade della capitale lo
shooting
per selezionare i testimonial dei manifesti della mostra e
pubblicizzare Edward Hopper , pittore della vita quotidiana
per eccellenza,
anche fuori dalle pareti museali.
Arthemisia Group, a cui spetta soprattutto il merito
dell’organizzazione, ha messo in moto una campagna stampa
innovativa per coinvolgere il pubblico intervistando la
gente per la strada e ricavarne giudizi, esternazioni e
proposte per rendere l’evento “visitabile” e
“discutibile”.
Una mostra, unica
nel suo genere, che i visitatori potranno vedere e rivedere
avvalendosi del contributo
didattico e formativo per un apprendimento facilitato di
tutta l’opera dell’artista consultando il catalogo Skira,
strumento indispensabile saturo di ricerca e collazione
sinottica per continuare il “percorso” anche fuori del
museo, con tempi e riflessioni più lunghe.
La mostra merita e visitarla è
quasi un obbligo per comparare civiltà e storia dell’arte.
Guerrino Mattei
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